Friday, October 9, 2015

Reimparare a Parlare nell'Era della Dipendenza da Smartphone

Link all'articolo originale: Relearning How to Talk in the Age of Smartphone Addiction
 Autore: Jessica Gross
Traduttore: Alexandro Piccione
  

Sherry Turkle studia la relazione che abbiamo con i nostri dispositivi, e pensa che sia giunto il momento di ricominciare a parlarci.






Sherry Turkle, una professoressa in scienze sociali e tecnologia presso l'MIT, ha studiato la nostra relazione con la tecnologia per decenni. Anche se alcuni dei suoi primi lavori evidenziano le maniere in cui la tecnologia può aiutarci a costruire delle identità del sé, il suo scritto più recente avverte che stiamo investendo troppo sui nostri dispositivi e troppo poco su noi stessi e gli altri.



In Insieme ma soli: perché ci aspettiamo sempre più dalla tecnologia e sempre meno dagli altri, pubblicato nel 2011, Turkle esplora le implicazioni nel rimpiazzare l'intimità reale con connessioni digitali. Il suo nuovo libro, Reclamare la Conversazione: Il Potere del Parlare nell'Era Digitale, prosegue sullo lo stesso argomento. Turkle utilizza le tre sedie di Thoreau - una per la solitudine, due per l'amicizia e tre per la società - come quadro teorico, descrivendo come i nostri dispositivi stravolgono la conversazione e lo sviluppo personale ad ogni stadio. Quando ci rifacciamo costantemente ai nostri telefoni, neghiamo a noi stessi la capacità di stare da soli e sviluppare la nostra identità. Ciò, a sua volta, impatta la nostra capacità di creare relazioni sane. E vice versa: quando messaggiamo invece di parlare, o guardiamo i nostri dispositivi invece degli altri, riduciamo la nostra abilità di relazionare con altre persone così come con noi stessi. Turkle termina il libro con una discussione su cosa vuol dire che abbiamo iniziato a relazionarci con le macchine in quanto esseri senzienti quando, in realtà, esse non hanno sentimenti, esperienze, empatia o idea alcuna di cosa voglia dire essere umani.

Turkle - una psicologa formata in psicoanalisi che ha fondato e diretto l'Iniziativa sulla Tecnologia e il sé presso l'MIT - non è una luddista. Ma appella alla moderazione, e ad osservare profondamente il modo in cui investiamo troppo sulle nuove tecnologie. È oltretutto ottimista nel dire che ci troviamo nel momento giusto per questa riesaminazione, e per un ritorno alla conversazione, riflessione, e intimità reale. Turkle ed io abbiamo iniziato la nostra conversazione telefonica acclamando quel vecchio affare, il telefono fisso.

Salve, sono Jessica Gross e chiamo da Longreads. Parlo con Sherry Turkle?

In persona. Aspettavo la tua chiamata con trepidante attesa.  Ma lascia che ti richiami su una linea fissa. Credo che sia più affidabile e semplice. [Ring, ring.] Eccomi qua, adoro questa vecchia tecnologia. Mi trovo in una casetta in riva al mare con questo telefono del 1950 perfettamente funzionante. [Risata]

Ho ricevuto la mia linea telefonica personale di recente ed è davvero una delizia.

Voglio dire, c'è questa cosa della chiamata che non cade mai, dove si sente in maniera impeccabile!  [Risata] E va avanti anche quando il Wi-Fi non funziona!

Pura Magia.

Ricordo quando mia figlia aveva 3, 4 o 5 anni, e scoprì un vecchio IBM Selectric in soffitta. All'epoca, usavo un programma di elaborazione testi, e fare delle buste con esso era una roba da matti. Sai, dovevi inserire la busta nella stampante in questo modo, e poi occuparti del retro della busta - ogni busta pareva una fatica di Sisifo. Quindi tenevo questa macchina da scrivere IBM Selectric nei casi in cui dovevo effettuare una comunicazione d'affari e volevo una bella busta ben scritta.

Mia figlia scoprì la macchina da scrivere, e mi disse, "Mammina, Mammina, c'è un computer qui sopra che scrive e stampa allo stesso tempo!" [Risata] E la guardai dicendole "Sai, è vero. Così vero."

È incredibile. 

È stato davvero carino. Quindi, dimmi su cosa ti piacerebbe focalizzarti. Ogni giorno si trova un resoconto sulle news che mette in rilievo diversi aspetti del mio libro. Risponderò quindi a tutto ciò che hai in mente.

Grazie. Beh, è una cosa veramente psicoanalitica da parte sua. Il tuo testo sull'effetto che la tecnologia ha sulla nostra costruzione dell'Io è probabilmente il punto in cui la maggior parte delle mie domande si concentreranno, ma spero che potremo avere una conversazione libera che affronti tematiche inaspettate. 

Una cosa che mi piacerebbe dire e a cui penso molto riguarda i primi responsi riguardanti il mio libro. Sembrano esserci due incomprensioni comuni sulla tecnologia e la costruzione dell'Io. Un modo in cui la tecnologia interferisce con noi è quando la usiamo mentre ci troviamo con altre persone, ed influisce dunque sulla comunicazione con gli altri, questo è il punto di vista "da solo insieme" che ho tenuto per anni. Inoltre la tecnologia interferisce anche quando la usiamo da soli. Quello che la gente sembra dire in un primo responso su questo libro è che, in questo caso, non dovrebbe essere considerata come un ostacolo alla nostra socievolezza, dato che la stiamo usando solo per riempire dello spazio interstiziale. Sai, "Non esagerare, perché si trattava di un momento vuoto. Non era un momento sociale." Dicono "Beh, Turkle non capisce che se stai usando la tecnologia quando sei solo, non interferisce con la tua socievolezza, non interferisce con la conversazione." Ma fondamentalmente questo libro sostiene esattamente questa tesi. Che la solitudine e la conversazione, il tempo da soli e insieme, sono fondamentalmente collegati.

Il tempo da soli è quando ci creiamo un Io che sarà pronto ad essere interamente sociale. Un io cioè, che sarà capace di conoscere se stesso in quanto individuo abbastanza bene da stare con gli altri in quanto altro. Dire quindi che il fatto che le persone usino la tecnologia quando sono da sole non  toglie tempo alla socievolezza, non è solo ignorare il mio punto, ma ignorare il modo effettivo in cui un Io viene costituito. Non che questa sia una mia invenzione. [Risata]

E il secondo fraintendimento proviene da un'altra recensione del mio libro, nella quale viene detto che non parlo abbastanza delle app che aiutano a focalizzare la nostra attenzione. E io penso, voglio che i bambini siano capaci di focalizzare la loro attenzione perché ci sono degli adulti a parlare con loro, non perché ci sono delle app che vibrano per ricordagli di smettere di usare il telefono! Non parlo delle app che aiutano a focalizzare la nostra attenzione perché voglio che pensiamo alla conversazione come una maniera per focalizzare la nostra attenzione sul prossimo.

Sei anche contro la visione di noi stessi in quanto macchine addette alla produttività. Stai dicendo che il punto non è che non siamo abbastanza produttivi, ma che non ritagliamo del tempo per la serendipità - un qualcosa che un'app del genere disturberebbe con molta probabilità.


Sì, o vedere semplicemente noi stessi come sempre in coppia. Voglio dire, amo il mio telefono, ma qui, oggi, c'era un momento in cui sapevo di doverlo mettere giù e usare una linea fissa. Questo è il mio modello di utilizzo di un telefono: lo usi se sei in un tour promozionale di un libro e ti trovi in una stazione ferroviaria da qualche parte ed è la migliore tecnologia in assoluto. E sai di doverlo mettere giù se hai una linea fissa e puoi dedicare a qualcuno la tua completa attenzione ed ascoltarlo in altà fedeltà. Esiste questo assunto che siamo sempre in coppia, quindi ogni discussione sulla conversazione dovrebbe considerare come il telefono può aiutarci con essa.

E la nozione che non stai facendo del male a te stesso se non stai al telefono quando sei da solo è persino più pericolosa, penso - è una mancanza di rispetto per la solitudine e la noia. Hai bisogno di solitudine e di autoriflessione  e necessiti della noia per tornare verso le altre persone. È una parte importante del mio ragionamento.

Puoi parlare ulteriomente del valore della solitudine, e del perché sostieni che se non impariamo a stare da soli, rimarremo con tutta probabilità soli?

La capacità di stare da soli è la capacità di conoscere abbastanza di noi stessi e chi siamo, ed essere sufficientemente a nostro agio con ciò. In questo modo, quando ci troviamo con un'altra persona, non c'è la necessità di cercare di rendere quella persona qualcuno di cui abbiamo bisogno in maniera da sostenere un fragile senso del nostro Io. Ci si può in effetti rivolgere ad una persona e vederla come un'altra persona, per avere così una relazione reale con essa.


Perciò, la persona che non ne è capace diventerà uno di quegli individui con cui nessuno vuole stare, perché quando li vedi arrivare, sai che ti utilizzeranno per sentirsi meno orrendamente da soli. Queste persone sono davvero sole, perché non sanno formare relazioni. Usano gli altri come parti di ricambio. 

La capacità di essere in una relazione richiede la capacità alla genuina solitudine. Una delle chiavi di un'infanzia di successo è lo sviluppo della capacità alla solitudine fruttuosa. E la impari, paradossalmente, grazie ad una persona che si prende cura di te, ma che allo stesso tempo riesce a lasciarti un po' di spazio.

Ricordo le passeggiate con mia nonna verso il Macy's a Brooklyn. E stavamo semplicemente assieme in silenzio. Ogni tanto c'era una parola, ma eravamo solo fianco a fianco con i nostri pensieri, condividendone uno di tanto in tanto, e sapevi che lì c'era qualcuno a proteggerti mentre imparavi a pensare i tuoi propri pensieri. Le persone hanno diversi modelli di ciò che era: sedere assieme cucendo, leggendo, giocando o facendo il bagnetto al bambino lasciandogli la privacy dei suoi pensieri. Questi sono momenti d'infanzia nei quali i bambini non sono abbandonati, ma imparano a stare da soli. E questa capacità significa che quando si troveranno in altre relazioni, potranno formarle con successo. Se invece, li metti in una sdraietta che ha uno spazio per un iPad, un iPhone o un computer portatile, si rispecchieranno sempre in un qualcosa di esterno, non tornando verso il proprio io, le loro risorse personali, le loro menti e la loro stessa immaginazione. 

C'è quest'idea meravigliosa che devi imparare che la cosa più interessante nell'ambiente circostante è la tua stessa mente. E se non lo impari mai, non è una cosa buona. 

Mi sembra però, che ci siano tanti modi in cui i genitori possono essere distaccati, molti dei quali hanno preceduto di molto l'invenzione della tecnologia. Un genitore negli anni 50 poteva benissimo avere un fragile senso dell'Io ed averlo trasmesso al suo o alla sua bambina senza l'intervento dei dispositivi. Quindi, anche se riesco a capire come la tecnologia abbia esacerbato ciò, mi chiedo: se sparisse e basta, i genitori che ne dipendono a tal punto da essere distanti dai propri figli, non sarebbero comunque distanti, in un qualche altro modo?

Credo sia un ottimo punto, e sono fondamentalmente d'accordo. Ma credo che la tecnologia sia un attivatore di cattivi comportamenti fornendo una sorta di permesso sociale. Prende il cattivo comportamento e non soltanto lo norma, ma lo rende sofisticato. [Risata] Lo fa sembrare molto era spaziale o progressivo o futuristico, o d'aiuto o creativo. I ragazzini usano le loro menti in maniera creativa, inventano nuove forme, loro - Dio solo sa cosa stanno facendo con questo iPad. Inventano roba a due mesi.

Questa linea di pensiero prende la pratica del privare il bambino dal contatto  visivo e tattile con i propri genitori e lo ristruttura. Quindi non sto assolutamente dicendo che non c'erano modi di essere assenti e silenzioni ed inattenti nelle generazioni precedenti giustificandolo in altri modi, ma ciò crea soltanto una nuova forma e giustificazione.

Mi è anche parso di capire che il tuo discorso punti, in parte, su una questione di gradi. Che, sì, le persone erano prima distaccate, ma essere distaccati guardando il giornale invece del proprio bambino non è lo stesso grado di distaccamento dell'accensione di un dispositivo. Mi chiedo anche, visto che questi dispositivi sono una sorta di cerotto e distrazione, se le persone non si sentono male a un punto tale dall'essere motivate a sostenere il duro lavoro dietro la costruzione di un sano senso dell'Io attraverso l'uso di uno strumento come la terapia, anche qualora i loro genitori non fossero già dal principio davvero legati. 

È stato anche suggerito l'uso di un robot amico. Ho in effetti dei colleghi che hanno suggerito che la compagnia di un robot, che sia un robot fisico o una discussione online, sia davvero un opzione, e non una pazzia. Ragion per cui volevo assolutamente terminare il mio libro discutendo della conversazione con le macchine. Ad alcune persone, potrebbe sembrare un po' troppo lontano, ma in cinque anni, la gente parlerà di me come di una veggente. [Risata] Voglio dire, ci saranno tante, tante persone che ti consiglieranno di chiacchierare con un robot amico. Già adesso, nell'Asia intera, questi affari sono davvero molto popolari. Qui, la resistenza è leggermente più alta. Ma arriveranno. E sono senza dubbio stata capace di trovare ragazzi che erano già a loro agio con ciò e lo trovavano davvero confortante, e genitori che non vedevano l'ora di averne uno, perché vedevano delle ragioni per cui era una cosa buona. Quindi penso che resteremo sorpresi da quanto siamo pronti per i robot e da quante poche ragioni abbiamo per sostenere che non sono una cosa buona. Siamo rimasti senza le nostre ragioni. 

Uno dei motivi per cui ho scritto questo libro è che non vedo l'ora di incontrare persone che sono in disaccordo con questa cosa, che non l'amano e che vogliono combatterla al mio fianco. Voglio avere una conversazione su di essa. Voglio sentire persone provare a cercare delle ragioni per non voler avere una conversazione con un robot. Ne hanno ancora? E se non ne hanno più, se non riescono a trovare delle ragioni, beh, allora voglio mettere il dito su come ciò possa essere un problema reale. Suggeriscono che va bene parlare a qualcosa che non ha idea di quel che stanno dicendo.

Scrivi nel libro di uno studio nel quale hai introdotto dei robot da compagnia ai più anziani. Un giorno, hai visto una donna che aveva perso un bambino parlare ad una baby foca robotizzata. Hai scritto che nella superficie, sembrava davvero una cosa bella e tenera dato che stava trovando conforto nell'interazione - in effetti, questo è quello che tu e il tuo team avevate in mente. Ma questo è stato un punto di svolta per te, perché nel profondo, c'era questo terrore: cosa vuol dire che stiamo cercando di affibiare le basilari responsabilità umane d'empatia con un'altra persona ad un essere non-senziente?

Già. L'intero team era contento perché la sola domanda che ci siamo posti era, possiamo far parlare la persona con la macchina? Tutti i miei colleghi del team sono persone brillanti e buone. Pensano che le persone siano sole e il loro problema tecnico è, possono far parlare una persona con una macchina? Possono far parlare degli adolescenti isolati con la macchina? Possono far parlare gli anziani con la macchina? Possono far parlare le persone chiuse? E i veterani e feriti di guerra? 

Ma la domanda è, chi sta ascoltando la persona? Nessuno. Il patto sociale non riguarda solo il parlare, ma anche l'ascoltare.

Le persone che hai citato in questo libro hanno condiviso alcune storie ed emozioni incredibilmente intime, sulle loro relazioni con la tecnologia e con gli altri. Puoi descrivere come crei l'ambiente per queste conversazioni con i tuoi intervistati?


Beh, sono una psicologa clinica, è ho una formazione in psicoanalisi. Le mie interviste di ricerca non sono né terapia né psicoanalisi, ma è la mia formazione, e sono dunque molto rilassata nel lasciare che la conversazione vada dove deve andare. Spesso, in effetti, l'intervista inizia quando spegni il registratore e chiudi il libro.
[Risata] 

Jill Soloway, direttore e creatore di Transparent, dopo aver detto, "Taglia", lascia che la camera continui a riprendere per circa venti secondi. E a quel punto cattura il rilascio dell'emozione da parte dell'attore, ed è proprio lì che ottiene il suo materiale migliore. C'è una ripresa davvero bellisima dopo che il personaggio di Jeffrey Tambor ammette ad uno dei suoi bambini di essere una donna. Ed è proprio dopo che ha detto "Taglia" che si può vedere questa espressione nella sua faccia corrispondente ad una sorta di rilascio di quell'emozione. Ed è un momento veramente incredibile.

Succede un sacco nelle interviste. È quando chiudi il libro, spegni il registratore, che la persona si apre in un qualche modo: "C'è qualcosa che ho dimenticato di dirti." Quindi, per esempio, uno di questi incredibili momenti è avvenuto quando stavo intervistando un avvocato che mi stava dicendo , "I miei colleghi non vogliono parlare con me, vogliono solo starsene sulle loro email. La conversazione in ufficio è priva di vita." Dopo aver chiuso il libro e spento il registratore, ha detto, "A dire il vero, sto mentendo, sono io a non voler avere delle conversazioni. Trovo più facile starmene sull'email. Mi sono abituato a poter modificare tutto quello che faccio ed ad essere padrone del mio tempo e fare del multitask e tutto correttamente." Ed è stato durante questa conversazione che mi è venuta in mente la nozione dei tre regali che si ottengono dai propri dispositivi - Lo chiamo l'effetto Goldilocks: non troppo vicino, non trovo lontano, ma alla giusta distanza. Ha amesso il perché era lui stesso a voler stare lontano dalle conversazioni a tu per tu.

Per quanto riguarda la mia procedura, seleziono ambienti dove vado per lavoro - una casa per anziani, un accampamento privo di cellulari - e provo quindi ad intervistare un gran numero di persone in questi luoghi. Parlo ad individui e gruppi, e dico molto semplicemente, "Mi interessa l'uso che fate della comunicazione, come parlate con gli altri." Non vado nel dettaglio. Non presento la mia ipotesi. Rendo chiara la riservatezza. Non userò il loro nome; nasconderò la loro identità. Quindi sono tutti mascherati e si sentono al sicuro.

Sostieni che i nostri dispositivi sono meccanismi di distanziamento che abilitano l'illusione di poter essere perfetti, e così facendo rinforzano l'aspettativa culturale che dobbiamo soddisfare. Ciò fa paura ma, come hai scritto, affascinante anche: se possiamo evitare di fare degli errori, di apparire sciocchi, ed evitare anche gli altri aspetti davvero, davvero difficili dell'essere umani, perché non dovremmo? E adesso abbiamo anche un modo per farlo. Quindi, potresti parlare un po' di questo fenomeno, e di cosa potrebbe motivarci ad uscire dalla nostra zona protetta quando l'attrazione è così forte?

Una delle interviste maggiormente rivelatorie che ho fatto è stata con un teenager che ha parlato di quanto essere perfetto fosse importante per lui. Ha osservato come per i politici un passo falso bastasse a metterli fuori gioco, e non voleva che lo stesso accadesse a lui. Certo, non si rendeva conto di quanti errori i politici facessero con le loro email. Ma ha reso molto chiaro che facendo delle cose per email avrebbe potuto chiedere consiglio ai suoi genitori per aiutarlo a modificare il testo o agli amici, potendo così presentarsi come voleva. Si sentiva più in controllo e, che si trattasse di una relazione romantica o di insegnanti o di qualsiasi altra occasione, quel presentarsi modificato tre volte era il modo giusto di fare le cose. Penso che questa nuova generazione abbia una fobia della conversazione perché si sente molto vulnerabile.

E allora, come uscirsene? Mi pare che il mio libro sia una sorta di cri de coeur. [Risata] Voglio dire, penso che dobbiamo fare un passo indietro e dire, "Cosa perdiamo se entriamo in questa modalità recitativa di stare con gli altri?" Non mi pare che abbiamo fatto un passo indietro in quanto cultura per misurare la perdita che deriva da questo. E penso che sia il momento giusto.

Sono davvero comprensiva. Non mi sento sentenziosa. Mi sento molto comprensiva nei confronti della gente con cui parlo. Sentono di star perdendo qualcosa di molto importante in questo modo di stare nel mondo. E io dico, "Prendi un respiro e renditi conto di ciò che stai perdendo." E penso stiano perdendo tanto.

Suggerisci che il modo in cui i telefoni di oggi sono concepiti ci incoraggia a stare su di essi, ancora e ancora, passando da un'app all'altra - ma che potrebbero invece essere progettati in una maniera che scoraggia quel circolo e quel livello di multitasking. Puoi dunque delucidarmi su come dovrebbero essere? E cosa potrebbe ispirare una compagnia tecnologica a progettare un tale telefono - che cosa ne ricavano?

Cito degli studi che mostrano come si possano ottenere dei grandi introiti senza che le persone vi siano costantemente attaccate. Dipende da quanto pensi sia alta la posta in gioco. Se stai introducendo qualcosa che stai cercando di rendere altamente assuefante, incoraggiando un mondo dove andiamo davvero avanti a testa bassa, è come dire, "Ho costruito una macchina progettata per andare a centottanta chilometri orari perché la macchina dà il meglio a quella velocità. Il motore opera a pieno regime, e anche il consumo di gas, ed è il motore migliore. Possiamo persino costruire autostrade che danno il meglio a centottanta chilometri orari. "Nel frattempo, le persone muoiono. Quindi dirai, "Aspetta un momento, non era una buona idea." È un modo drammatico di metterla, ma forse bisognerebbe ripensare la cosa.

E penso che il cambiamento climatico sia un ottimo esempio. Voglio dire, abbiamo parlato del cambiamento climatico davvero a lungo. Ci troviamo quasi nella posizione in cui possiamo parlarne e avere un minimo di consenso sulla nostra volonta di voler fare qualcosa a proposito. Siamo quasi in quella posizione. Ci troviamo nel periodo in cui possiamo pensare alla comunicazione tecnologica nel medesimo modo?

Sostengo che stiamo cominciando a vederne dei segni nella cultura in cui ci troviamo. Stavo per l'appunto parlando ad un professore di una grande università. Mi ha detto, "Amavo il sistema di tutoraggio, ma adesso mi sento esausto perché è davvero difficile avere una conversazione con questi ragazzi. Si rifanno al telefono per illustrare un argomento invece di esporlo oralmente. E non è la stessa cosa. Mostrarmi un filmato non è lo stesso di esporlo e sostenerlo oralmente. E non sanno più fare la differenza."  È interessamente come nell'ambiente accademico, si stia percependo questo senso del. "Ehi, dobbiamo fare qualcosa." Nonostante ciò in ambiente accademico, siamo i primi a pensare che sia una gran cosa; ne siamo stati i più colpiti. Non voglio che questo libro sia offensivo; Non voglio che finisca con una faccina sorridente. Penso tuttavia che ci siano segni che indicano il nostro essere pronti ad iniziare a riconsiderare il tutto.

Scrivi che il multitasking non ci rende assolutamente più produttivi, ma che in realtà ci fa sentire più produttivi. Il fatto che faccia sentire così bene sembra davvero disadattivo. Come è potuto accadere?

Ne traiamo una sorta di sballo neurologico. Nicholas Carr fa un ottimo lavoro nello spiegare il perché di questo in Internet ci rende stupidi? Parla di come tanto di quello che facciamo con questa nuova tecnologia scateni dal punto di vista neurochimico quello che si otteneva un tempo andando ad esplorare la natura. Si tratta della simulazione del nuovo e del sociale - una ricerca su Google è come andare fuori a caccia. Ed è come se stessimo lottando contro la nostra biologia. 

Ecco perché parlo di vulnerabilità ed una sorta di compassione verso se stessi, dato che si sta effettivamente lottando contro la propria neurochimica. Non è un voler dire, "Sei cattivo, sei cattivo, sei cattivo." Stiamo lottando contro la nostra neurochimica, ma dobbiamo essere intelligenti. C'è una ragione per cui tutti difendono il loro diritto al multitasking, ma dico solo che ha un costo. Ma perché ce l'hai con me? Sai, se sei felice dei risultati del tuo multitasking, sei uno sciocco. [Risata] Voglio dire, è come nelle università, è un disastro. Negli affari, è un disastro. Nella vita creativa, è un disastro. Perché avercela con me?

Ho trovato davvero interessante il caso della scuola media da te documentato. Vieni interpellata perché l'amministrazione vede nel proprio corpo studentesco un degrado del normale sviluppo dell'empatia. Gli studenti odierni non si trovano dove gli studenti si trovavano o dovrebbero trovarsi alla loro età, a causa dell'intrusione della tecnologia. Ma l'amministrazione rifiuta l'abbandono dell'insegnamento con i tablet - e gli studenti non li vogliono nemmeno! Ma gli adulti non riescono a smettere. Quasi come fosse loro dovere. 

Lo so, amo quel caso. Sembrano davvero così ragionevoli, e tutto ad un tratto vanno a dire, "Beh, ma dobbiamo usare quei tablet." Sostituiscono la biblioteca dei ragazzi. Che? [Risata] Perché lo stiamo facendo? Voglio dire, è come se all'improvviso, le persono più intelligenti siano diventate incredibilmente stupide.



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