Friday, September 25, 2015

Perché non possiamo essere sempre felici

Link all'articolo originale: why we can't be happy all the time
Autrice: Alisa Hutton 
Traduttore: Alexandro Piccione

 “La sofferenza fa parte del nostro programma di allenamento per diventar saggi.” ~Ram Dass


 




La sofferenza è per definizione lo stato in cui si soffre, si è angosciati o in difficoltà. In quanto umani, ci impegniamo di solito per quello che percepiamo come l'opposto della sofferenza, la felicità: lo stato in cui si è felici. Certo, perché non dovremmo? Nessuno desidera soffrire.

Ho considerato per diversi anni i due stati dell'essere come separati. Pensavo che se fossi stata felice, non avrei potuto soffrire. Per converso, se avessi sofferto, non sarei potuta essere felice. Si trattava di un semplice punto che pensavo fosse personalmente raggiungibile. Facile, vero? Scegli la felicità.


Mi sono sistematicamente allontanata dalla persone ed esperienze che sentivo in qualche modo come infelici o fonte di sofferenza. Ho abbandonato lavori e relazioni con poco preavviso, sul pretesto di "spiacente ma non sono felice."

Ho trascorso un bel po' di tempo a meditare, essere presente, e ad esprimere riconoscenza. Non sono cose brutte da fare ma nel mio caso erano forse un po' sconclusionate. Riempivo il mio cesto, per così dire, con un sacco di cose "felici". Ho fatto sfoggio di me e della mia filosofia Zen in giro come se fossi immune al dolore.

Mi rilassavo e ricevevo dei complimenti sulla mia attitudine e il mio stato d'essere "evoluto". Mi svegliavo e pianificavo il mio giorno di "esistenza felice". Abbracciavo con coscienza le mie sensazioni e pensieri di, "Ciò mi rende infelice, quindi, devono rimuoverlo dalla mia vita." Lo facevo senza esitazione né riguardo.

Tutto ciò era un modo di pensare squisito fino a quando la realtà non ha iniziato a bussare alla mia porta. Pensare di poter evitare la sofferenza è un po' come pensare di poter controllare il moto dell'oceano. Qualora te lo stia chiedendo, non puoi.

Diverse persone a me vicine sono passate a miglior vita. Ci ho provato, ci ho davvero provato, a lasciar andare il tutto con serenità. Era tutto molto triste però. Più provavo ad affrontare il tutto "felicemente", più soffrivo.

 Mi sono innamorata, ma ho pensato che l'attaccamento potesse condurre alla sofferenza, ed ho ignorato dunque i miei sentimenti e perso la possibilità di una grande relazione. Più provavo ad affrontare tutto con "felicità", più soffrivo.

Ho subito una bella dose di stress professionale, ed ho quindi abbandonato tutto. Come se niente fosse, ho scelto di affrontare tutto con "felicità". Che cosa coraggiosa e consapevole da parte mia. Cos'è accaduto? Più provavo ad affrontare tutto con "felicità", più soffrivo.

Davo l'impressione di essere felice e di vivere nel presente a quelli attorno a me e a me stessa. Così Zen. *Così poco Zen.*

Conosci quelle persone che fanno yoga ogni giorno e trascorrono la loro vita in un flusso calmo, ma che un giorno, mentre siete assieme in macchina e qualcuno gli taglia la strada, perdono la testa, scuotendo il loro pugno e imprecando? Ero proprio così. Avevo persino cominciato a definirmi 80 per cento Buddista e quel restante 20 per cento era riservato a ben "altro."

Effettivamente avrei dovuto indossare una maglietta con la scritta "spesso felice con momenti di insana reattività." Oggi me ne rendo conto, ma si trattava solamente di una perdurante e fastidiosa sensazione di rincorsa alla felicità giustificando così la mia infelicità.

 Un giorno, seduta a gustare il mio caffè mattutino, mi sono resa conto di non capire. Cerco di essere felice, faccio tutto ciò che è "necessario" per esserlo. Perché allora ho la sensazione di trovarmi su di un pendolo che si muove tra felicità e sofferenza?

Forse evitare la sofferenza non è parte della felicità? Forse per essere felici dobbiamo in effetti provare tutto il resto, sofferenza inclusa. Poi ho avuto l'illuminazione: forse il mio evitare la sofferenza mi sta causando una sofferenza continua.

Forse non controllo il moto dell'oceano; forse dovrei solo seguirlo. Cosa succederebbe se nei periodi in cui percepisco sofferenza (dolore, paura, tristezza), mi lasciassi semplicemente andare avanzando verso di essa invece di provare a scappare? E se non buttassi via le sensazioni cercando di scambiarle con la felicità?

Quindi è questo che ho iniziato a fare. Non ho smesso di fare tutte le cose che mi rendono felice. Non ho smesso di essere una bella persona, di essere considerevole o presente. Non ho smesso di essere me stessa. Ho iniziato ad essere ancor più me stessa.

Ho imparato ad accettare che la sofferenza non è una cosa cattiva, fa solo parte della vita. A volte per poter apprezzare la felicità dobbiamo sperimentare l'infelicità. Non possiamo dire di star vivendo se consentiamo solo le esperienze e sensazioni che ci sembrano sicure.

Nel momento in cui scrivo, non posso dire di aver acquisito un talento speciale né posso offrire dei grandissimi consigli sulla felicità. Un anno fa vi avrei probabilmente detto che conoscevo la risposta alle vostre domande e vi avrei potuto dare una lista dei "10 migliori" modi per raggiungere la felicità ed evitare la sofferenza.

Posso offrire la mia esperienza stessa. La felicità non è un oggetto, così come non lo è la sofferenza. Sono solo sensazioni che proviamo. Possiamo andare incontro ad esse o allontanarci.

Mi sveglio ogni giorno e nella maggior parte dei casi posso dire di essere una persona felice. Ci sono un sacco di cose che riempiono il mio cuore nel corso della giornata, che mi fanno sorridere e ridere. Ci sono anche altrettante cose che mi spaventano e mi mettono a disagio, cose che richiedono coraggio e mi fanno sentire vulnerabile. Ciò non fa altro che rendermi umana, proprio come voi.

Una vollta mi vedevo come una persona veramente infelice e reattiva. Ho lavorato duramente per divenire una persona felice e non più reattiva.


C'è un posto nel mezzo che rispetta il nostro intero essere. 

È un posto nel quale possiamo essere tutto e qualsiasi cosa.

È un posto dove essere delicati con noi stessi e coraggiosi.

È un posto dove possiamo abbracciare il tutto, con la consapevolezza che ogni filo è importante per tessere la nostra storia.

Invece di rincorrere la felicità e di scappare dalla sofferenza, c'è un altro posto dove andare, un'azione che possiamo compiere. Mi sento quasi una sciocca per non esserci arrivata prima, vista la semplicità. Si chiama essere se stessi. È un posto umile, un posto a volte spaventoso, un posto dolce, un posto pieno di meraviglia, amore e opportunità.

Tutto ciò che devi fare è essere semplicemente te stesso/a


No comments:

Post a Comment